di Ian Mac Ewan
regia Giuliano Lenzi
assistente alla regia Marta Mantovani
con Ugogiulio Lurini
costumi Marco Caboni
scene Porciatti e Fagioli
luci Silvia Bindi
organizzazione Elena Tedde
produzione laLut
L´uomo nell´armadio cui allude il titolo è una creatura disagiata, con un passato e un presente di sofferenza,
ormai metabolizzata e trasformata in una patologia cronica.
Ma anche in un´urgenza di raccontarla.
L´uomo nell´armadio è indubbiamente un caso interessante per la psichiatria. Non solo per il suo
stato di disagio o per la sua apparente mancanza di una vita normale fatta anche di rapporti col resto della società,
ma anche per la lucida decisione di fare del proprio passato e della capacità di leggerlo la materia di un racconto
tutt´altro che improvvisato. Si tratta infatti di un racconto ragionato, ordinato, curato anche nella scelta di un
lessico "alto" che la biografia del personaggio non lascerebbe supporre: è come se l´uomo nell´armadio
avesse vissuto fino a diciassette anni nel grembo materno, ha imparato a leggere e scrivere solo a diciotto anni,
ha dimenticato tutto in fretta e ha passato il resto della vita facendo lo sguattero, il ladruncolo, il carcerato.
Dunque ciò che non ci racconta, il momento in cui ha deciso che la sua storia meritava di essere raccontata –
nel chiuso della sua camera/armadio o in un teatro; a se stesso, ad un assistente sociale o a un pubblico plaudente –
è ciò che lo rende un po´ meno selvaggio e un po´ più simile ad altri ma anche ciò
che probabilmente lo ha fatto rinchiudere nel suo mondo, più semplice, più gestibile di quello vero.
Lo spettacolo si svolge in un appartamento, tra una cucina regolarmente funzionante e una sala adibita a
teatro, da uno scorcio di quotidianità spiata attraverso una porta a una dimensione teatralmente astratta ed
evocativa, resa appena visibile da una luce livida.
L´irruzione della musica segna il compimento del dramma.
I pochissimi spettatori (tanti quanti contemporaneamente possono guardare attraverso delle porte) sono ospiti,
e quasi intrappolati fra un bordo e l´altro della scena.
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regia Angelo Romagnoli
coreografie Massimo Andaloro
con Massimo Andaloro, Silvia franco, Ugogiulio lurini
costumi Marco Caboni
scene Silvia Bindi
musiche E. Grieg, R. Moran, S. Reich
produzione e organizzazione Romagnoli–Andaloro, laLut
Il mito urta la morale di sempre. Un uomo guarda in faccia gli dei, li tratta da pari a pari, li inganna. Il suo
talento lo spinge a superarli, a tal punto che Zeus prima, Ares e la Morte poi, non riescono a punirlo fino alla fine dei suoi giorni.
Da allora in poi la pena è nota. Sisifo s´impossessa pienamente della sua esistenza materiale, è un blasfemo che disegna una nuova cosmologia;
gli dei per lui sono una controparte che l´uomo abile sa ingannare. Sisifo ha qualcosa di disgustoso, il suo cinismo e
la sua incapacità di vivere il ´sacro´ sono troppo evidenti per essere dimenticati e troppo pericolosi da ricordare e
farne un archetipo riconosciuto. Sisifo, in una mitologia genealogica dove gli uomini si accoppiano con gli dei, non
ha molto per essere un mito maggiore. Camus su quest´uomo in rivolta scriverà pagine innovative, Sysiphus® va in
direzione opposta.
Il Sisifo rappresentato in questo spettacolo è inconsapevole di sé, ha bisogno di complici, non sa che
sta vincendo la sua lotta metafisica con gli dei perché non sa di combatterla. La sua intelligenza è
mossa dalla Necessità nella materia, Sisifo è uno speculatore immanente. È carne e scena, non un pensatore.
Non ha un piano. Si spende nelle sue azioni e nei suoi obiettivi a corto raggio con un´energia e un´accortezza
sovrannaturali. La sua arma è una seduzione indecifrabile, la sua opera è l´Inganno.
Lo spettacolo ha una struttura drammaturgica che si incastra nel suono. Ciò che ne scaturisce è
una partitura gestuale scandita nel tempo musicale, esattamente come un brano da camera. Privo di scrittura
testuale Syisyphus® è un lavoro completamente performativo. Lo sforzo si dirige sul movimento e sul dialogo
´intenzionale´. La parola serve da scansione temporale e il suo senso apparente vorrebbe creare un gioco
dell´ineffabilità; di tutto si può parlare tranne di quello che importa davvero. La scelta metodologica aiuta
a mostrare il grottesco di questo Sisifo, i suoi piccoli traffici e l´impossibilità di essere all´altezza del mito;
due Sisifo si perdono nella fatica immane di giochi inutili. Il raggiro a un altro personaggio, innocuo, non ha niente
a che vedere con la grandezza divina degli ingannati del mito. C´è la fatica di fare il male perché
il bene è esangue, e c´è la fatica di ingannare un tempo privo di senso. La chiusura del cerchio avviene in una sorta di
inconsapevolezza.
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