Fate

testo e regia Filippo De Dominicis
con Gianni Berardino, Andrea Carnevale, Laura Farneti, Silvia Franco, Ivo Grande, Paola Lambardi, Iole Lorizio, Marta Mantovani, Francesco Pennacchia, Silvia Signorini
costumi Marco Caboni
scene e luci Silvia Bindi
musiche originali Stefano Jacoviello
video Silvia Bindi, Sergio Licatalosi, Daniela Neri
organizzazione Elena Tedde
produzione laLut

Fate è l´ultima tappa di un percorso di ricerca sulla deriva del tragico, che laLut intraprende nel 2000, realizzando due studi successivi, Lo specchio e la luna (Siena, Palazzo delle Papesse Centro d"Arte Contemporanea, 11 febbraio 2000) e Interno 6 (Colle Val d´Elsa, Teatro dei Varii, 7 e 8 ottobre 2001).
La difficoltà di narrare la morte di un uomo diventa il tema per la reiterazione di un gioco teatrale insensato, dove l´accumulo di dati non basta agli attori a ricordare un solo nome proprio, ad accettare la casualità della morte incidentale, senza necessità. C´è una linea che separa uomini e donne, riducendo la loro identità entro due cori contrapposti che non parlano la stessa lingua. Esa, l´unico "personaggio" in un teatrino di maschere, è muto, incapace di distinguere la realtà dalle sue visioni e dai suoi sogni, l´immagine di una fata da una donna "vera". Il sogno d´amore di Esa, il suo silenzioso bisogno di cura, il suo sacrificio fallito fanno di lui un eroe impossibile. La realtà è una congerie di segni in fuga, in questo castello di specchi l´ingenuo sferra colpi al vento, trovandosi ogni volta incapace di compiere un´azione decisiva, che gli restituisca la capacità di toccare con le mani e non solo con gli occhi, che lo sottragga al caos e faccia emergere i tratti del suo volto.

Lo spettacolo è risultato vincitore del Bando per Giovani Artisti, edizione 2002, istituito dall´Assessorato alla Cultura del Comune di Siena ed è stato selezionato per il Debutto di Amleto 2003.

Scarica la scheda dello spettacolo in formato PDF



Pazzi

di Luigi Maccione Rodriguez

regia Giuliano Lenzi
con Lorenzo Giansante, Ugogiulio Lurini, Lorenzo Mori
costumi Marco Caboni
scene Porciatti e Fagioli
allestimento e luci Norma Angelini
organizzazione Elena Tedde
produzione laLut, Fondazione Monte dei Paschi di Siena

Pazzi è una favola ironica di cui sono protagonisti due uomini e una donna che si trovano in un luogo di costrizione (la realtà), fuggiti (probabilmente) da un altro luogo di reclusione; è il racconto di una fuga senza fine, quindi è anche una favola folle, onirica. La fuga, o i vari tentativi di fuga, sono raccontati da Jill. È lei, il personaggio femminile, l´unico vero protagonista, quella che stabilisce i ruoli e i percorsi cui si attengono Pit e Felix, l´unica in grado di uscire e rientrare nel non–luogo dell´azione. La fuga sognata avviene attraverso la sessualità: ogni prestazione raccontata da Jill è un passo verso la via d´uscita. Ma per andare dove? E perché proprio la scelta del sesso? Il sesso come chiave universale per infrangere i divieti stabiliti dagli uomini. Attraverso il sesso Jill ottiene ogni volta qualcosa, ma il sesso fatto di sentimenti lo offre solo a chi sceglie lei: non a caso a Pit e Felix, su cui esercita il suo ruolo materno, bloccandoli però in un´altra situazione di costrizione. Pazzi è un gioco di ruoli che per essere sbloccato dovrebbe prevedere il successo di uno dei suoi personaggi nel prendere in mano il proprio destino e cambiare il proprio percorso. Ma non si tratta che di un labirinto erotico senza via d'uscita dunque la favola ironica prosegue, sul filo del grottesco…di una situazione paradossale che non precipita mai.

Il testo Pazzi di Luigi Maccione Rodriguez è risultato vincitore dell´edizione 2001 del Premio di Drammaturgia Don Chisciotte, istituito da Egumteatro e laLut.
Lo spettacolo è stato selezionato per il Debutto di Amleto 2003.


Scarica la scheda dello spettacolo in formato PDF



La morte del cherubino

di Franco Fortini

riduzione teatrale Attilio Lolini
regia Giuliano Lenzi
con Andrea Carnevale, Filippo De Dominicis, Silvia Franco, Iole Lorizio, Ugogiulio Lurini,
Marta Mantovani, Francesco Pennacchia
costumi Marco Caboni
scene Porciatti e Fagioli
luci Silvia Bindi
musiche originali Elton Junk: Marco Bianciardi,
Matteo Cucini, Andrea Tabacco
organizzazione Franca Silletta
produzione Università degli studi di Siena

Il racconto di Fortini, scritto sull´onda delle suggestioni della Palermo barocca ricevute durante un viaggio in Sicilia, diviene, coerentemente al suo carattere fortemente simbolico, la rappresentazione di un percorso teatrale–rituale. Il racconto ripercorre la prima esperienza del dolore in seguito ad una perdita, l´elaborazione di questa, il superamento, la solitudine. Lucilla, fidanzata del barone di Grottasanta, lo tradisce: il tradimento è il pretesto del viaggio iniziatico che il barone intraprende alla ricerca della propria identità, un viaggio attraverso il "sogno" per crescere e prendere contatto con la realtà. Il barone entra in un mondo sotterraneo, mefistofelico e sulfureo alla ricerca di Zampaglio, uno scultore di fama, per chiedergli la statua che somiglia alla donna amata. Zampaglio, il trasformatore della materia, l´artista ormai divenuto "l´ombra di se stesso", agli occhi di Grottasanta appare sdoppiato: lo spettro da cui il barone vuole difendersi e insieme essere educato. Lo scultore trova la statua mutilata e la distrugge come in preda ad un´eccitazione dionisiaca e subito il barone incontra un´altra donna, Lisabetta, che fuggendo sui tetti cade e si uccide. La distruzione dell´immagine idealizzata (il cherubino di stucco) e la morte della ragazza sono il doppio sacrificio necessario a Zampaglio per chiudere il cerchio rituale e uscire dal "sogno" del baronetto. La costruzione dello spettacolo è partita dalla ricerca delle immagini evocate nel testo, il lavoro degli attori ha preso forma insieme alla musica degli Elton Junk, ispirandola e traendone ispirazione. La coerenza narrativa del racconto esplode nella sovrapposizione onirica di immagini e suoni, la letterarietà dello stile di Fortini è "tradita" dalla ricerca dell´immaginario barocco che evoca. La messinscena sposta la rappresentazione dalla realtà della terra di Sicilia allo spazio interiore del protagonista, portando a coincidere lo sguardo del pubblico con quello della soggettività visionaria del barone. Le figure intorno a lui si manifestano all´improvviso, si sdoppiano, si vanificano; le situazioni si ripetono ossessivamente, la coscienza del protagonista è come prigioniera di una spirale di sonorità elettriche, primitive, rituali o astratte, da cui uscirà solo con un canto finale, doloroso e liberatorio. Una rete di pescatori siciliani raccoglie una piccola "favola di formazione" la cui protagonista assoluta è l´Arte e chiude lo spazio scenico. Attraverso questa rete gli spettatori possono solo intravedere l´inizio del viaggio, e nel momento in cui si apre hanno il tempo della finzione per capire. Poi la rete si richiude.

Scarica la scheda dello spettacolo in formato PDF

torna alla pagina degli spettacoli