Beluga. La donna del mare

testo e regia Silvia Franco
con Andrea Carnevale e Silvia Franco
scene Luca Baldini
luci Silvia Bindi
costumi Marco Caboni
musiche originali Marco Bianciardi

Lo spettacolo è la naturale continuazione dello studio "Prima di Margherita" che parte da un concetto definito come "anoressia emotiva", intendendo quella capacità – e insieme necessità – di espressione emotiva che sembra estinguersi nella società contemporanea. Lo spettacolo nasce da un sentimento e una condizione: l´indifferenza e la stasi. Entrambe generate da quella che, in maniera romantica, viene definita "melanconia". L´agire melanconico che ha sempre creato interesse letterario, artistico, filosofico viene degradato dalla contemporaneità con il termine generico "depressione". Sull´umanità che sta debellando la malattia, allungando la vita, sperimentando l´elisir di lunga giovinezza arriva perÒ la depressione. L´insieme dei dolori e delle tragedie che in essa sono compresi divengono lo spunto per facili spettacoli televisivi che alimentano il "pettegolezzo dell´anima". I mezzi di comunicazione ci parlano della depressione come malattia del secolo; continuamente la cronaca parla di suicidi, di omicidi generati dalla follia. Tutto questo ciarlare fa nascere la paura collettiva dell'andare "fuori di testa". In realtà si genera uno scollamento ulteriore tra il vivere la patologia e il sentirne parlare. Il progetto teatrale mette in scena la sintomatologia tipica della malattia (mancanza di interesse per la vita e creazione di mondi paralleli, incapacità di amare, simulazione difensiva di piangere un oggetto perduto, isolamento autarchico, destrutturazione della temporalità nella quale il passato intasa il presente e preclude un futuro, marcato rallentamento motorio, disturbi dell´alimentazione e del sonno, idee di morte…) tradotta in frammenti di vita: un narrare schizofrenico. Vite che attraversano l´esistenza senza esserci realmente. Vite che hanno necessità di rappresentarsi. Il teatro è il luogo del rito riconosciuto, la casa è il luogo dove il sacro trova il dissacrante. Il sacro è per ognuno di noi lo spazio della propria potenza e della propria libertà. Ma il sacro si perde, si contamina nel momento in cui ci si avvia verso una ricerca senza confini del senso dell´esistenza. Riducendo i limiti spaziali si ha l´illusione di poter controllare meglio la precarietà…Entriamo in un luogo sacro perché intimo. Il lavoro vuole portare lo spettatore ad entrare in un "privato" reale, che può toccare con mano e a prendervi confidenza. Uno straniero arriva e l´incontro avviene. Il punto centrale è l´amore: intorno alla necessità di amare si accendono il rito, il riposo, la protezione, il sogno, l´illusione, la vendetta, l´angoscia, il dolore, la malattia, la morte. Il linguaggio si nutre del quotidiano e a volte corre verso un volo poetico. Non si può fuggire totalmente da ciò che ci circonda, da una situazione di "anoressia emotiva ", ma si può tentare di opporsi ad essa inseguendo la "forza vitale " in un mondo dove il "minimo " e il vuoto hanno preso il sopravvento. Non è un percorso sulla pesantezza dell´anima; non è la malattia che viene messa in primo piano. È soprattutto la necessità di andare verso un universo fatto di leggende, di azioni eroiche, di un mondo colmo di emozioni. Affermare la vita per negarla e prendersi gioco di lei.

Si muore sempre per rivivere…o si muore e basta?
Cosa?
Non si muore?
Si desidera e si ama…
Si può amare alla follia eppure essere sempre mediocre.
No.
Cosa? No.
Non è vero?
Non c´è nulla di mediocre nell´amore, nella passione, nella follia…
Il corpo si accende, la luce arriva e il desiderio comanda e non puoi fare niente per contrastarlo
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